Andrea Di Bartolo
Siena, documentato dal 1389 - 1428
Trittico con la Madonna dell'Umiltàtempera su tavola, fondo oro, pannello centrale: 50 x 29 cm pannello sinistro: 50 x 14,5 cm pannello destro: 50 x 16 cm
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- MOSTRE
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PROVENIENZA
Roma, palazzo Spalletti Trivelli, collezione del senatore Venceslao Spalletti Trivelli (1837-1899); per via ereditaria fino a oggi.
BIBLIOGRAFIA
Inedito.
DESCRIZIONE
Il tabernacolo a fondo oro è un raffinato esempio di opera destinata alla devozione individuale, realizzata nei modi ascrivibili ad Andrea di Bartolo, il pittore più rinomato e richiesto a Siena tra Tre e Quattrocento1.
Nello sportello principale, la Madonna dell’umiltà è seduta su un cuscino rosso, impreziosito da eleganti decorazioni in oro, su di un prato magnificamente descritto con le più diverse specie arboree, frutto di una grande attenzione alla rappresentazione floreale, caratteristica per eccellenza della cultura tardo gotica. La Vergine ha le gote leggermente arrossate, così come il figlio che, con delicato affetto materno, è retto con la mano sinistra sulle gambe coperte da una lunga veste blu con bordature in oro. Il bambino rivolge lo sguardo direttamente alla madre mentre stringe con la sinistra un piccolo fiore bianco. Inginocchiato sul prato, un frate domenicano porta le mani in preghiera all’altezza del petto in atto di contemplare l’apparizione della Vergine e del figlio di Dio. Questa presenza testimonia come l’opera fosse stata realizzata per un membro dell’ordine dei predicatori, con cui Andrea aveva un rapporto privilegiato2.
Tale destinazione permette di comprendere l’assenza della consueta rappresentazione del Redentore benedicente nella cuspide centrale, qui sostituita da una scena narrativa, ovvero la visione di San Gregorio Magno, un santo particolarmente venerato dai domenicani. Il soggetto è tratto dalla fortunatissima Legenda Aurea di Jacopo da Varazze (seconda metà del XIII secolo): qui, nella biografia di papa Gregorio, è narrata la processione del pontefice che, nel 590, durante il primo anno al soglio pontificio, portò in processione per le vie di Roma un’icona mariana per debellare una terribile pestilenza. Il cammino spirituale del santo padre continuò fino al Mausoleo di Adriano, dove gli si manifestò un angelo in atto di rinfoderare la spada. Questa apparizione fu subito interpretata come un segno della fine del morbo, e, per commemorare l’evento, il papa decise di consacrare l’antico edificio romano all’arcangelo Michele, dandogli l’odierno nome di Castel Sant’Angelo. I due gruppi di santi regalano dettagli di grande e preziosa eleganza, come le decorazioni auree sulla veste di santa Lucia, affiancata dalle slanciate figure di Caterina e Agata, particolarmente venerate dai domenicani, e i copricapi giallo e blu di Cosma e Damiano, che risaltano vicino al carattere austero di Antonio abate. Nelle cuspidi, l’angelo annuncia a Maria che darà alla luce il figlio di Dio.
L’attribuzione ad Andrea di Bartolo è confermata da Stella Sonia Chiodo, Filippo Todini e Gaudenz Freuler3. In particolare, secondo la studiosa, il trittico è tipico della produzione matura del pittore, eseguito con uno stile ormai pienamente quattrocentesco, dove il disegno si fa fluido e sinuoso, come nei contorni della Madonna e delle sante dello sportello di sinistra. Tra queste ultime, la Santa Lucia presenta dei tratti molto vicini alla Maria Maddalena del Polittico dell’Annunciazione eseguito nel 1397 per la chiesa di San Domenico a Siena (oggi conservato nel Museo della Val d’Arbia a Buonconvento; fig. 1). Anche Bartolo di Fredi (morto nel 1410), padre del pittore, aveva eseguito opere per tale convento, e il legame di Andrea con l’ordine dei predicatori si protrae pure in terraferma veneta nel pieno Quattrocento4.
È proprio su questo stile maturo che si innestano le riprese dalla grande tradizione senese del primo Trecento dei Lorenzetti e Lippo Memmi, ma con un occhio di riguardo per la pittura di Simone Martini: le fiammeggianti ali dell’angelo nella cuspide sono proprio un omaggio ai modi di questo illustre maestro. Inoltre, nell’opinione di Chiodo la decorazione vegetale del prato su cui siede la Madonna risente della cultura floreale tipicamente adriatica, elemento assente in Toscana prima di Gentile da Fabriano, ma testimoniato a Venezia già da Lorenzo Veneziano nel Polittico di Lion del 1362 (Venezia, Gallerie dell’Accademia, inv. 10). Andrea potrebbe aver avuto modo proprio di conoscere questa cultura figurativa durante i suoi passaggi in Veneto, il primo entro la fine del Trecento, il secondo a Treviso tra 1424 e 1428.
La tesi di Chiodo è inoltre supportata da Gaudenz Freuler5, secondo cui la visione di San Gregorio Magno nella cuspide centrale, così come la presenza nello sportello laterale dei santi Cosma e Damiano, patroni di medici e dottori, sono da collegare alla peste veneziana del 1423. Lo studioso crede che il frate domenicano ai piedi della Vergine possa essere una delle tante persone che fuggirono dalla città colpita dall’epidemia. Il trittico sarebbe dunque stato realizzato da Andrea di Bartolo in Veneto all’incirca nel 1423. La produzione di piccoli altari portatili per la devozione privata è una caratteristica che accompagna Andrea di Bartolo per tutta la carriera, e di cui altri esempi sono i trittici di Brooklyn (Brooklyn Museum, inv. 34.839) e della Pinacoteca Nazionale di Siena (inv. 153). Questi oggetti richiudibili erano concepiti per gli interni domestici e non necessariamente destinati a essere appoggiati alla parete come semplici immagini. Grazie alla loro struttura mobile e richiudibile, potevano infatti essere trasportati dai proprietari nei luoghi più diversi oppure essere tenuti tra le mani durante la preghiera privata. Inoltre, quando non utilizzati, potevano essere chiusi, con un aspetto più raccolto e sobrio, tipico degli ambienti domestici conventuali6.
Fig. 1
Figlio del pittore Bartolo di Fredi, Andrea di Bartolo è documentato dal 1389, quando risulta iscritto nel Breve dell’arte – il regolamento che disciplinava l’attività dei pittori – per collaborare con il padre e Luca di Tommè alla perduta pala dei Calzolai nel duomo di Siena. Nel corso della sua carriera affiancò commissioni private a opere pubbliche: il suo primo lavoro firmato sembra essere il Polittico dell’Annunciazione del 1397, realizzato per la basilica di San Domenico. Dopo essere stato attivo in Veneto sul finire del Trecento per un circuito di frati domenicani, Andrea lavorò agli affreschi della cappella di San Vittore nel Duomo di Siena tra il 1405 e il 1406, oggi non più esistenti. Per la stessa cattedrale realizzò anche la decorazione pittorica di due statue lignee di Francesco di Valdambrino e nel 1407 lasciò la bottega paterna. Economicamente agiato, come dimostrano le sue proprietà edilizie documentate tra secondo e terzo decennio del Quattrocento, alla carriera artistica affiancò diversi incarichi pubblici. Tra i suoi lavori superstiti si ricorda il Polittico dell’Osservanza del 1413 per la chiesa di Santa Petronilla. Dopo un periodo di attività a Treviso databile tra 1424 e 1428, morì a Siena nel 1428.
Note:
1 - Luciano Bellosi, La ripresa tardogotica in Toscana e a Siena, in Il gotico a Siena, catalogo della mostra (Siena, Palazzo Pubblico, 24 luglio – 30 ottobre 1982), a cura di Giovanni Previtali, Firenze 1982, p. 293.
2 - Gaudenz Freuler, Andrea di Bartolo, Fra Tommaso d’Antonio Caffarini, and Sienese Dominicans in Venice, «Art Bulletin», lxix, 1987, pp. 570-586.
3 - Comunicazione scritta di Stella Sonia Chiodo (gennaio 2026); comunicazione orale di Filippo Todini (aprile 2026); comunicazione orale di Gaudenz Freuler (settembre 2026).
4 - Gaudenz Freuler, Andrea di Bartolo, cit., pp. 570-586.
5 - Comunicazione orale di Gaudenz Freuler (settembre 2026).
6 - Andrea De Marchi, Oggetti da maneggiare tra sacro e profano, in Da Jacopo della Quercia a Donatello. Le arti a Siena nel primo Rinascimento, catalogo della mostra (Siena, Santa Maria della Scala, Opera della Metropolitana, Pinacoteca Nazionale, 26 marzo – 11 luglio 2010), a cura di Max Seidel, Milano 2010, pp. 356-357.