Maestro di San Martino alla Palma (?)
attivo a Firenze nel primo trentennio del sec. XIV
CrocifissioneTempera e oro su tavola, 34 x 23,3 cm (superficie dipinta 30,6 x 20 cm), spessore 1,7 cm
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PROVENIENZA
Lyngby (Danimarca), coll. priv., dal 1930; Lugano, Galleria Canesso, dal 2024
DESCRIZIONE
La tavoletta, raffigurante la Crocifissione, era la valva destra di un dittico, di cui
restano ancora i ferri delle due gangherelle con la tipica ribattitura a V sul retro. A sinistra doveva esserci una tavola con la Madonna col Bambino, ancora da ritrovare. Il fondo oro è inciso con la punta di uno stiletto a mano libera, non ci sono ancora tracce di punzoni, diffusi anche a Firenze fra 1320 e 1330. Il fondo è riempito di girali spiraliformi, di gusto ancora duecentesco, come si vedevano nella scuola di Giunta Pisano, nell’umbro Maestro di San Francesco e in Guido da Siena. La salda corporeità presuppone ormai Giotto, il Cristo con il capo reclino e i capelli che gli cascano sul davanti dipende da quello della Croce di Santa Maria Novella, dipinta da Giotto verso il 1290, ma non in maniera letterale, essendo più patetico, col capo sporto in avanti e copiosi sgocciolamenti del sangue, quasi incastonati come rubini sull’oro fittamente operato. Il chiaroscuro nerastro verrà superato da Giotto in favore di modulazioni più sfumate, è proprio delle sue primissime opere e di un suo fiancheggiatore della prima ora, il Maestro di Santa Cecilia, forse identificabile con Gaddo Gaddi, il padre di Taddeo Gaddi. L’autore di questa Crocifissione è molto vicino alle opere più antiche del Maestro di Santa Cecilia, anche per il verticalismo delle figure con lunghe pieghe delle vesti ritmicamente ripetute, ma qui la cadenza è più delicata e gentile, con un’intensità sentimentale di cui danno prova lo sguardo intenso di Maria e il modo con cui Giovanni stringe le mani, in una morsa che non è solo di volumi, quanto di tensione emotiva. Questa sottile espressività, insieme con tanti riscontri minuti, suggeriscono di attribuire il dipinto alla fase iniziale, ancora sfuggente, di un grande pittore ancora anonimo, noto come Maestro di San Martino alla Palma, attivo nei primi trent’anni del Trecento, ma forse già alla fine del Duecento. Un confronto è illuminante, quello del perizoma, con piegoline sottili e tese, replicate ritmicamente, e la trasparenza accennata delle cosce affusolate, con due opere caratteristiche del pittore, una Crocifissione della Gemäldegalerie di Berlino e una Croce dipinta della Galleria nazionale dell’Umbria a Perugia.
Significativa del carattere precoce e proto-giottesco (cioè giottesco ancora acerbo e
della prima ora) dell’opera è il retro, dipinto a trompe-l’oeil con una finta monofora trilobata intarsiata con marmo venato.